Fra krapfen e boiate


Thursday, Sep 9th - 12:08pm



Friday, October 28th, 2005

La fallacia di Oriana

Sono passati più di due mesi dall’uscita di un articolo di Oriana Fallaci e mi sono permesso di prendere tempo prima di scrivere le mie impressioni, ingannando l’attesa della pubblicazione di questo post rovesciandolo, facendone ritagli e apportando modifiche di continuo, nella mia mente.
Ciò che non ho mai ritenuto opportuno di dover cambiare è il titolo.
Non può esserci malafede nel suo pensiero, tanto è colossale il bagliore che acceca i suoi occhi quanto è ossessiva la paura che l’assedia.
L’evidenza di questo terrore emerge dalla totale mancanza di pilastri argomentativi - che non siano quelli dati da una presunta autorità derivante forse dal diritto divino - e in virtù di ciò si palesa l’assenza della malafede.
Una voce sguaiata che gela l’aria con grida lancinanti e scomposte non postula malafede: è l’ineludibilità di una costruzione logica e cogente che la determina.
Il solito italianuccio ben compitato della signora Fallaci si produce in una buffa geremiade a cui manca soltanto la collana d’aglio contro le sure e i versetti, secondo consuetudine nella drammatica cattedrale abbandonata di un telaio vuoto per la fine di un filato razionale che lascia il posto a un florilegio di fantasmi (la perdita di privilegi?) incarnati dal feroce Saladino alla testa di legioni sopra le quali sventola il drappo con la mezzaluna; un etilismo perifrastico urlato, un prolungato rigurgito fatto di niente riassumibile in una sorta di dichiarazione di superiorità o di diversità tollerante (la tolleranza, sinonimo dietro al quale l’Occidente vela la sprezzante sopportazione per l’Altro da sé e quindi intrinsecamente intollerabile), le cui fondamenta franerebbero su cumuli di sabbia, se almeno questa fosse presente.
Con un certo lezzo da preticello di campagna viene fatta trasparire la pretesa diabolica (in senso greco) di un’Italia di spade e di croci, di senape e ketchup e chiostri per la cogitatio mortis, priva di alcuna dimostrazione fattuale della caratterizzazione assiologica di una scala delle civiltà favorevole alla cristianità, dimenticando di spiegare quale sia il paradigma, il termine di paragone al quale ci si rifà o come sia moralmente accettabile esprimere un giudizio su due sistemi restando all’interno di uno di questi, essere al contempo giudice e giudicato, arbitro e giocatore.  
Viste le premesse teoriche, sarebbe forse cosa saggia godersi l’ozio e la dolce primavera toscana quando, come ho già avuto modo di affermare in precedenza, la vena artistica da tempo prosciugata è rinsecchita come aride sterpaglie sul calare di un tramonto d’autunno e per quel che concerne la sfera letteraria secondo l’asse del livello della complessità del linguaggio non si esce dall’alveo della letteratura d’intrattenimento, lo stesso di Fruttero e Lucentini per essere espliciti - con tutto il rispetto per i due autori, in un segmento che si colloca appena un gradino sopra la letteratura marginale (gli Harmony e la narrativa da edicola), indipendentemente da qualsiasi considerazione relativa alla psicosi da minareto che la tiene sotto scacco (cfr. Vittorio Spinazzola - “Critica della lettura” – 1994; in riferimento alle opere della letteratura d’intrattenimento osserva che si tratta di “…prodotti concepiti ancora con intenzioni di decoro formale, non estranei ai problemi della tecnica rappresentativa, ma caratterizzati dalla cura con cui gli elementi innovativi vengono controbilanciati dall’ossequio a una somma di convenzioni prestabilite. (…) Lo scopo è di offrire occasioni di ricreazione, di rilassamento psichico gratificante(…). Fruttero e Lucentini, Chiara, Fallaci (…) possono così rivolgersi a strati di interlocutori molto ampi (…), lettori di risorse critiche assai modeste, assieme però ad altri ottimamente qualificati, ma disposti a mettere come tra parentesi le loro esigenze estetiche, a vantaggio di una disposizione di svago”).
Non che la causa necessitante di un bello scrivere e di un’argomentazione stringente si ritrovi esclusivamente nell’uso di antanaclasi, epanalessi e affini ma in virtù di quanto sopra sembra pleonastico porsi il problema dei motivi dai quali discenda il mancato assurto al trono di Cassandra.

This entry was posted on Friday, October 28th, 2005 at 11:45 am and is filed under Paradoxa. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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