Italia, Paese di santi, di navigatori e via discorrendo.
In un periodo nel quale non si è sufficientemente uguali agli altri, come le bestie della fattoria di Orwell, se non si usano termini buoni per riempirsi la bocca come riforme, flessibilità e modernizzazione, risulta opportuno e quasi obbligato affiancare ai beati e agli uomini di mare anche i raccomandati e gli sgrammaticati o, comunque, coloro i quali non conoscono la lingua materna.
Sempre che le due suddette tipologie non si presentino nello stesso individuo contemporaneamente.
Diciamocelo, tanti parlano, soprattutto a sproposito – come i preti quando si occupano di rapporto di coppia o Grillo di politica, della perdita di valori non meglio identificati ma dimenticano completamente la perdita delle regole della grammatica italiana, morbo diffuso trasversalmente e che non trova immuni né laureandi/laureati, né esponenti dei mezzi d’informazione (insomma, non un parricidio come quello di Veltroni nei confronti di Prodi ma pur sempre un episodio sgradevole).
Senza arrivare a oscenità che oltraggiano il pudore quanto i livelli interpretativi degli attori di certe fiction italiane, non è semplice passare dieci minuti senza leggere o ascoltare nefandezze.
Quante volte abbiamo sentito parlare, durante la scorsa estate, di “temperature torride”, “di caldo torrido”?
Usi e soprattutto abusi. Abusi che, grazie anche alle stupidaggini giornalistiche, storpiano significati e concetti nelle menti di chi ascolta passivamente.
Il potere funesto e perverso della televisione.
Della cattiva televisione.
Perché “torrido”, malgrado le topiche e con buona pace di qualche linguista, designa solo per estensione il caldo eccessivo, le temperature particolarmente elevate.
Torrido non è superlativo assoluto di caldo: il caldo torrido è il caldo secco. Insomma, torrido è un tipo di caldo, l’opposto di afoso e, considerandone i tassi di umidità relativa tutt’altro che contenuti, appare quantomeno azzardato o curioso definire il passato trimestre estivo come torrido.
E di “perplimere”, che dire? Non più di un mese fa, un giornalista televisivo, affermava con tono serio, solenne e per nulla ironico di “perplimersi”, intendendo con ciò di essere perplesso, nella piena convinzione di aver utilizzato un’espressione forbita.
Tuttavia le convinzioni prive di fondamento spesso non hanno ragion d’essere.
Infatti, perplimere è un verbo che non esiste nella lingua italiana, visto che si tratta, semmai, di un gioco letterario frutto della geniale comicità di Guzzanti (intendo Corrado, visto che in Paolo non mi sembra di ravvisare del genio).
Con queste premesse sarebbe lecito e forse necessario domandarsi quali siano i requisiti richiesti per divenire o, più correttamente, potersi fregiare della qualifica di giornalista (raccomandazioni a parte).
Dato però che il peggio, diversamente dalla pazienza, non ha mai fine (e i lavoratori a progetto se ne sono accorti una volta di più dopo la presentazione del recente protocollo sul welfare), è quasi pedagogico, educativo conservare alcune gemme come quella di un cronista delle reti nazionali che, in maniera zelante, ha ripetutamente etichettato, nell’arco di un’intera partita di calcio, come “malese” un giocatore nato in Mali.
Dopo l’accettazione di “tantissimo”, “attimino” e compagnia, non se ne sentiva davvero il bisogno.
Ma, forse, anche questa è solo una leggenda metropolitana, uno scherzo come quello che vuole che tra i saggi riuniti a Lorenzago di Cadore per riscrivere la seconda parte della Costituzione ci fosse anche Calderoli.
This entry was posted on Friday, November 2nd, 2007 at 6:56 pm and is filed under Neo logismi, Paradoxa. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.
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