Friday, April 11th, 2008
Di politica e soprattutto di antipolitica - che al di là delle stanze affrescate e dei vetri scuri sempre politica resta - si è sentito parlare fino alla noia, dalla “Casta” di Stella al blog di Grillo per esplodere in una serie di costellazioni simili e moltiplicatesi sempre di più col passare del tempo.
La stessa noia che lastrica di grosse pietre tanto salde e ferme quanto scivolose il sentiero che conduce dall’una all’altra.
Noia insofferente e improvvida necessità di delegare un compito; o, se si preferisce, delegare una resposabilità che non ci si vuole assumere, perché dondolarsi sul sedile del passeggero permette di godersi il paesaggio e di contestare lo stile di guida del conducente, insieme.
Se è innegabile che la classe dirigente abbia assunto (e prosegue imperterrita) atteggiamenti ripugnanti e (anti-)ideali postribolari è pur vero che
questa classe dirigente è espressione pura e limpida, quasi sgorgasse da un rubinetto dopo aver percorso la serpentina di un alambicco, del
popolo italiano.
E non si tratta di un’affermazione banale, anche se a prima vista potrebbe apparire tale.
Non credo che Grillo sia uno sprovveduto: fatto sta che ritengo abbia commesso un abnorme errore di prospettiva.
Mi spiego meglio.
Lo stato di marcescenza, entro il quale versano molti dei corridoi tentacolari della politica italiana in quanto sistema, è frutto dello stesso male che colpisce gli italiani: la
mentalità che oscura e ristagna sopra buona parte dei cieli dello Stivale.
Guardatevi attorno.
Per strada, sul lavoro, in qualunque ambito della vita.
Non l’arguzia, non l’ingegno ma la furbizia, quella moralmente più riprovevole è il drappo da sbandierare, un vanto nazionale: pacche sulle spalle e cariatide in marmo bianchissimo che si erge e protegge il tricolore per i parcheggi in doppia fila; concorsi a premi per evitare di pagare le tasse: lo studio del commercialista è l’alcova dove si consuma il congiungimento erotico del piacere nazionale.
La classe politica rispecchia solo e soltanto la cultura (nella sua accezione inferiore) dominante della nazione che la produce.
Questo è ciò che, a mio avviso, Grillo non vede o non vuole vedere.
Gli italiani, per la maggiorparte, non vogliono nuove norme o nuove leggi, non chiedono regole diverse: semplicemente non vogliono regole.
Non è un caso che alcuni studi di un’illustre università americana indichino l’Italia come la
nazione dalla mentalità fra le più corruttibili a livello europeo.
Siamo agli ultimi posti: i cittadini prima ancora che i politici.
In Italia non vige alcuna morale eudaimonistica o, men che meno, deontologica: si fatica a rispettare una norma e quando non la si viola, ciò accade solo di fronte al rischio reale e concreto di una sanzione.
Gli italiani si indignano per la mancanza di “meritocrazia” (termine e concetto peraltro ampiamente criticabili) e poi mendicano, anzitutto, una raccomandazione.
La moltiplicazione, la riproduzione seriale di
Berlusconi e del berlusconismo con l’alter ego
Veltroni e il suo bagaglio non deve stupire, né sconvolgere: nutrono il proprio elettorato con ciò che questo elettorato (padre e al contempo figlio di essi) desidera e digerisce; la pietanza comune, a parte alcune trascurabili e ineccepibili differenze di gusto, è funzionale al compito che deve svolgere, ossia soddisfare nei toni e nei programmi le schiere di un elettorato che risulta sovrapponibile in larghissimi settori.
E la somiglianza dei programmi, come per i ritratti di Borges, che racchiudono tante più differenze quanto più sono indistinguibili, verificata d’altra parte da una moltitudine di analisti - non è altro che la rete tesa alla cattura, nelle acque stagnanti di una cultura in affanno, dell’elettorato di centro: per soddisfare lo stesso appetito è ovvio ricercare l’alchimia del medesimo gusto.
Ma, ribadisco, la micro-regione della classe dirigente è un condensato di quella macro-regione che è la cultura della maggioranza italiana.
Una cultura comatosa, nella quale le voci delle avanguardie si sono spente; una cultura che non è più in grado di produrre una classe intellettuale che non risulti isterilita o irregimentata entro logiche di comodo.
Quello che questo Paese in terapia intensiva esige non è un cambio nella nomenclatura: ciò di cui l’Italia necessita è un
profondo rinnovamento culturale a tutti i livelli, una rinascita che comprenda al proprio interno anche e soprattutto un ritorno alla
capacità critica; se questo Paese vuole sopravvivere, se non vuole annegare è necessario passare dai divani e dalle figure con il naso in plastica rossa e le scarpe lunghe alle avanguardie intellettuali e alla messa in crisi.
E’ il
tessuto sociale e culturale che deve svolgere un ruolo pedagogico anche nella crescita politica, non viceversa.
Berlusconi e
Veltroni hanno più volte affermato durante la campagna elettorale di mettere ai primi posti la necessità di ripristinare la cultura della legalità: hanno sventolato liste nelle quali il
rinnovamento, il candore e la limpidezza l’avrebbero fatta da padroni. Berlusconi e Veltroni candidano, nelle liste dei partiti da essi guidati rispettivamente
Marcello Dell’Utri (PdL - numero 7 al Senato in Lombardia) e
Mirello Crisafulli (PD - numero 5 al Senato in Sicilia).
Berlusconi accusa ogni giorno il governo Prodi per aver approvato la legge sull’indulto; Veltroni grida ogni giorno di non voler più sentire parlare di indulto. La
legge sull’indulto è stata approvata anche con i voti di Forza Italia (ora PdL) da una parte e dei Democratici di Sinistra e Margherita (ora PD) dall’altra.
Berlusconi e
Veltroni sostengono di voler combattere la precarietà: il governo Berlusconi ha varato la legge 30/2003 (meglio nota come legge Biagi); DS e Margherita (ora PD) sono contrari all’eliminazione della
legge 30/2003.
Berlusconi attacca ogni giorno le istituzioni, dalle presunte visite per l’attestazione della sanità mentale dei magistrati alle follie sulla contrattazione (simile allo scambio di figurine) per la carica al Quirinale: Berlusconi si candida per ricoprire una carica istituzionale.
Veltroni si vanta di non essere mai stato comunista: Veltroni ha iniziato nel 1987 la carriera parlamentare nelle file del PCI, dopo essere stato consigliere comunale dal 1976 per lo stesso partito; Veltroni è entrato, restandoci, e ha fatto carriera in un partito del quale non ha mai condiviso gli ideali.
C’è
ipocrisia in tutto questo? Vi sembrano persone affidabili, responsabili? Giudicate voi.
Ma la maggioranza degli
italiani, nei comportamenti, nella mentalità perlopiù diffusa differisce dai due uomini più volte citati? Non sembra proprio.
Quelli che invocano la pena di morte per il rumeno che ruba un’auto e che sono solidali e cercano una giustificazione per l’amico arrestato per spaccio o per la “ragazzata” del figlio che, in allegra compagnia, ha pestato il bambino down o ha violentato la compagna di scuola.
Quelli che applaudono Valentino Rossi perché verserà 35 milioni di euro e che dimenticano che la sanzione notificata per evasione fiscale era di 112 milioni di euro.
Quelli che…”ci vuole tolleranza zero con gli extracomunitari” e che, in caso di coda, viaggiano regolamente sulla corsia di emergenza.
Quelli che idolatrano i tribunali televisivi e le “indagini” di Striscia la notizia.
Quelli che urlano per la mancanza di decoro urbano e, finita la cena, scuotono la tovaglia sporca alla finestra.
Quelli che…”se un vicino chiama i vigili perché ho fatto dei lavori senza la documentazione necessaria o l’approvazione condominiale”, è per dispetto o per cattiveria.
Quelli che, con un corposo conto in banca,… “questo è il migliore dei mondi possibili”.
Non strabuzzate gli occhi leggendo che, durante una discussione privata, avvenuta in data 27 novembre 2007, un
esponente del Partito Democratico che conosce più che bene gli scranni del Parlamento per essercisi seduto centinaia e centinaia di volte, mi diceva testualmente e con evidente imbarazzo che il
PD non è un partito di sinistra, né un partito di centrosinistra ma
un partito di centro, sconfessando di fatto il proprio segretario.
Non vi scandalizzate.
Ma non aspettatevi che questa notizia (o altre dello stesso genere), per quanto possa essere potenzialmente di grande impatto, sia in grado di spostare anche un solo voto.
Fanno più presa le parodie dei Village People, in una nazione nella quale il desiderio della maggioranza è quello di essere
liberi dallo Stato e non
liberi nello Stato, il senso del quale è stato smarrito da tempo, sempre che fosse esistito in passato.
Libertà e democrazia.
Curiosamente ma non troppo, sono i due concetti con cui si adornano le due principali formazioni politiche.
Concetti fluidi, più che elastici, tant’è che ognuno può interpretarli a piacimento.
Evito di riferirmi alle teorie dell’utile, visto che ne ho parlato
qui, con largo anticipo rispetto alle idiozie ripetute senza sosta durante la campagna elettorale.
Corrado Guzzanti, in un gustoso sketch di qualche anno fa, proponeva la propria versione della coalizione berlusconiana (a quel tempo era la “Casa delle Libertà”): durante una festa in casa fra musica e risate, un sonoro rutto spezzava l’armonia e lo slogan finale recitava:”La Casa delle Libertà - Facciamo un po’ come cazzo ci pare”. Meravigliosa ed esplicativa istantanea della libertà-da.
Il PD, dal canto suo, è una
contraddizione in termini: è democratico nel nome ma in virtù di una non meglio precisata filosofia della governabilità anela alla presenza in Parlamento di due sole voci, in luogo di un ventaglio di espressioni; un oscuro dualismo che non prevede altri spazi di colore, anche per la visibilità durante i telegiornali e nelle trasmissioni di approfondimento, dato che è la stessa Authority, pur essendo chiaro a chiunque, a segnalare una colossale disparità di apparizioni fra i due candidati premier dei partiti numericamente più consistenti da un lato e i leader delle altre liste dall’altro.
Nonostante la legge sulla par condicio.
Ma questo è che ciò che la maggioranza gli italiani ha voluto e ottenuto, perché questo è ciò che la
maggioranza degli italiani è.
La sera, tornati a casa dopo una giornata di fatiche, potranno rilassarsi, inveire durante la giostra di notizie identiche dai diversi TG, soddisfarsi per le imprese di Striscia la notizia o restare col fiato sospeso alla ricerca del pacco che contiene i 500.000 euro, guardare salotti televisivi pseudoculturali e infine addormentarsi sereni nell’idilliaco abbraccio dello Stivale, con la consapevolezza che un governo ben saldo non smette di lavorare per essi il giorno e la notte.
John Stuart Mill, nel 1859, metteva al centro del saggio “Sulla libertà” il problema della tutela dell’individuo all’interno dell’organismo statale.
Nell’Italia del 2008 si pone seriamente al centro dell’attenzione il problema della tutela dello Stato dalla violenza degli organismi individuali.
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on Friday, April 11th, 2008 at 10:12 pm and is filed under Paradoxa.
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