Friday, June 24th, 2005
A più di una settimana dal risultato delle urne (qualcuno dirà "del non-risultato"), ritengo opportuno tornare sull’argomento referendum per due motivi.
Anzitutto, una considerazione di carattere più politico: si commette, a mio avviso, un errore non di poco conto se si considera la Chiesa il principale responsabile, la causa prima della sconfitta di vaste proporzioni - e, in prospettiva, di ancora maggiori conseguenze - al referendum del 12 e 13 giugno.
Non penso sia la Chiesa che corrompa lo Stato bensì l’esatto contrario. La Chiesa non può farlo perchè non ha più la forza, né la capacità effettiva per poter incidere in autonomia sugli affari nazionali.
Il Potere reale, da tempo affrancatosi dal magistero ecclesiastico, dopo averla ridotta a nulla, si serve di essa, che ho già definito parvenza e maschera, per ricoprire e nascondere con strutture ideologiche sostanzialmente in disuso, i propri atti teppistici in favore dei ceti medio-borghesi agli occhi delle masse popolari.
Cioè il Potere, a cui della vita dell’embrione, dell’uomo o del toporagno non interessa niente, permette alla Chiesa di galleggiare e sopravvivere curando i propri affari, sfruttandone per contrappasso, il prestigio e l’autorità secolari (quelli di un potere ormai decaduto), che in talune occasioni ritornano utili.
Perchè non esiste nulla di meno idealista di Potere e Vaticano, luoghi naturali del pragma.
Perchè la guerra santa si fa carne solo nelle fiction buone per ammaestrare chi delega a terzi lo sforzo intellettivo.
Perchè la motivazione reale della presenza della legge 40 sarà l’ampliamento delle possibilità di introito per i centri ginecologici privati esteri nei quali è garantita la professionalità dei medici nostrani e il relativo lucro, loro e di tutte le figure che graviteranno attorno a queste strutture.
E la stessa garanzia di aumentare il proprio fatturato varrà per quegli istituti privati, cattolici e non, che ospitano persone non completamente abili.
Nessun dogma, nessun comandamento che non sia anzitutto fare cassa.
La fede non c’entra, se non nelle vesti di copertura; e ad ogni modo, anche a livello iconografico esaurisce la sua portata nel momento in cui si scontra con l’edonismo degli individui.
A testimonianza di ciò ci sono gli sghignazzi e l’alzata di spalle della coppia di fronte ai precetti clericali intorno alla sfera dell’eros e sugli insegnamenti, se non pauperistici, quantomeno di moderazione.
Ovvero, anche come immagine, la Chiesa è funzionale all’uso che se ne vuole fare solo fino a che non assume il carattere di interferenza o di ostacolo al piacere personale.
Secondo questa ottica, vanno lette allo stesso modo le adunate durante l’agonia di Giovanni Paolo II, che nulla o quasi avevano di religioso ma di straordinaria pregnanza retorica; agonia usata, spremuta e succhiata fino al midollo senza scrupolo alcuno né fede dall’armata mediatica.
Potere comunicativo che, conoscendo alla perfezione i meccanismi antropologici, ha saputo organizzare un eccezionale momento sociale di cui poter disporre.
Un fenomeno di costume con ispirazione di maniera che però, questo è il punto, era stato derubricato dall’ambito teologico nonostante le stole e i porporati, tanto appariva interscambiabile con raduni di qualsiasi altro genere.
Insisto quindi sulla tesi nella quale sostengo che l’istituzione ecclesiastica abbia da tempo abdicato, consegnando il trono nelle mani di ben altro potere, il quale ha la facoltà di servirsene come mezzo-per in determinate occasioni.
In secondo luogo, capitolo astensione.
Come ho già avuto modo di dire, considero un atto sbagliato la pronuncia di una condanna nei confronti di chi ha deciso di astenersi in modo consapevole.
Perchè ritengo stupido scagliarsi contro la fruizione di un diritto costituzionale poichè non ravvedo truffa alcuna in chi usufruisce di una norma di legge, per quanto (non è il mio caso) si consideri scorretta l’esistenza di questa.
C’è invece ipocrisia in chi non ricorda, o meglio rammenta e dimentica secondo il proprio comodo, che se è vero che abbiamo perso il referendum del 12 e 13 giugno 2005, quello sull’estensione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e sugli elettrodotti a causa del mancato raggiungimento del quorum, per la stessa ragione nel maggio del 2000, se la memoria non mi inganna riguardo le date, la quota proporzionale e lo Statuto dei lavoratori fortunatamente non sono stati abrogati.
Se non c’è stata una presa di posizione ufficiale relativa all’invito di non recarsi alle urne da parte di partiti e sindacati, ufficiosamente l’indicazione era assolutamente chiara; e chiunque veda da dentro queste cose è a conoscenza di ciò.
Lo dico da marxista, per il quale essere di sinistra significa in primis onestà e coerenza, modus vivendi che va oltre la semplice apposizione di una croce in grafite su una scheda elettorale: l’evidenza della differenza d’interpretazione appare in tutto il suo nitore.
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on Friday, June 24th, 2005 at 3:33 pm and is filed under Paradoxa.
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